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Digestione

Nella seconda metà degli anni ’90, quando MTV trasmetteva TRL in diretta dalle città italiane e gli adolescenti si accalcavano al Pincio in attesa di boyband dimostratesi poi assai poco longeve, io andavo a nuoto.

In realtà per i primi 16 anni della mia vita sono andata a nuoto. Il che a tratti mi fa sentire che dovrei nutrire gratitudine nei confronti dei miei genitori, per avermi obbligato a quella che all’epoca era paragonabile a un’agonia fatta di puzza di cloro, luci sfocate dagli occhialetti appannati e spinte sulla corsia date di nascosto, quando l’istruttore non guardava, per potenziare la mia bracciata molle.

Se non per questo, o per le docce serali col costume ancora addosso o per le mezz’ore trascorse sotto phone a parete in cui per asciugare quel manto corvino che porto con me dalla prima infanzia mi serviva premere il pulsante almeno 8-10 volte, inseguendo in modo scoordinato il getto d’aria il più delle volte tiepido, penso che dovrei nutrire gratitudine almeno per la sorprendente acquaticità di cui godo oggi, insolita per la morbida rotondità che mi caratterizza.


Il corso di nuoto in quegli anni prevedeva 3 lezioni a settimana, di cui una – potrei dire quella del mercoledì ma senza giurarci – alle 13.45. Giacché alle medie finivo la scuola alle 13.05 e casa distava circa 10 minuti a piedi, si può dire che alle 13.15 circa fossi con i piedi sotto al tavolino a mangiare la pasta diligentemente cucinata da mia madre, la quale mai avrebbe permesso che dopo la fatica intellettuale mi apprestassi ad un’ulteriore fatica, stavolta fisica, senza la giusta dose di carboidrati a reintegro.

Alle 13.30, con la sacca fatta, mio padre mi caricava in macchina, come immagino avrebbe lanciato uno zaino Invicta in una Panda 4×4, modalità che negli anni non ha mai perso, caricandomi di volta in volta sui più svariati mezzi di locomozione.

In circa 7 minuti e mezzo raggiungevamo la piscina. Non scherzo sul tempo, a casa mia sugli spostamenti siamo precisissimi. Ricordo una volta in cui, mentre ero al telefono con qualcuno che ci stava raggiungendo in campagna, chiesi a mia zia di stimare il tempo che avrebbero impiegato ad arrivare e lei serissima mi disse “Un’ora e dieci se vanno a 130, fino a un’ora e 40 se si assestano sui 110, se escono all’uscita prima dell’autostrada potrebbero risparmiare 12 minuti”.

Non vi dirò quanto fosse lungo il percorso coperto in quei 7 minuti e mezzo, per non dare adito ad illazioni su una certa guida allegra che si pratica da noi. Posso garantire però, per spezzare una lancia a favore delle scuole di nuoto, che quand’anche la lezione si fosse tenuta un’ora dopo, noi saremmo usciti di casa 52 minuti e mezzo più tardi.

Realizzata l’operazione di rito di indossare il costume e quella se possibile più ostica di infilare la cuffia, raggiungevo a retromarcia il bordo piscina. La retromarcia era figurata, direi emotiva, a rappresentazione della sempre scarsa voglia che avevo di dedicarmi a quasi tutto ma a quello sport in particolare.

Il mio istruttore si chiamava Andrea e malgrado non fosse bello come avrebbe richiesto l’immaginario collettivo, vantava un livello di autorevolezza sufficiente ad esercitare su di me una certa pressione. Non che all’epoca fosse difficile esercitare su di me una certa pressione, vista la mia ribellione ben più propensa all’astensione che non ad un’aperta contestazione, anzi, era gioco semplice.
Tant’è che al comando “100 stile, 100 misti”
l’obiezione che muovevo era pacifica, ragionevole, supplicante quasi.

“Ma non ho ancora digerito i fusilli – chissà perché nel ricordare ho l’impressione che mia madre in quei giorni preparasse solo fusilli, fusilli al sugo – e se mi viene una congestione?”

Dando prova di quel fatalismo di cui sembrano essere più capaci da Roma in giù, Andrea rispondeva veloce e compunto:

Cammina, buttati. Se te viè la congestione muori, sennò ricordate de comincià a nuotà.”

Per almeno un anno ho cominciato a nuotare, con quello stile scivolato, lento, lentissimo, quasi come fosse tutta in quella lentezza la mia ribellione, nel non nuotare ma galleggiare, lo stesso di adesso.


Nessuno mai, né in quell’anno, né in quelli prima, né in quelli dopo, mi ha mai obbligato a sottostare allo spauracchio delle 3 ore dopo mangiato. Men che meno i miei, liberali anche o forse soprattutto in questo, ci hanno mai impedito di farci il bagno mentre mandavamo giù l’ultimo boccone di pizza rossa o di rosetta col prosciutto.

Poi a 30 anni sono andata in vacanza con il mio fidanzato, che mentre mi avvio verso il mare mi richiama sulla riva, per sussurrarmi d’un fiato: “Oh, non ti bagnare la pancia che ancora non è passata un’ora da quando hai mangiato”.

Ma in che senso?

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