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L’amore in cucina

Qualche sera fa stavo preparando la cena, quando Pablo mi ha chiesto:

“Amore, che pesce è? Non è che ha le spine?”

Il mio pesce preferito da quando sono bambina è la trota salmonata. Mia madre me la cucinava sempre, mi diceva che era buona anche se ha tante spine.

La polpa rosata tra le mie mani era morbida e compatta. Passavo lievemente le dita sulle carni umide e piccole lische mi pizzicavano l’interno del pollice.

Ho pensato a mia madre.

Lasciati giù i filetti sono andata in bagno e ho preso la pinzetta di riserva. Quella che tengo da parte come rimedio ultimo alla mia paranoia di trovarmi con le sopracciglia in disordine e una pinzetta mal funzionante. Come se una pinzetta potesse smettere di funzionare dall’oggi al domani.

Sono tornata in cucina e dopo averla lavata con cura ho iniziato a fare ciò che per anni avevo visto fare a mia madre.

Ero ragazzina quando la guardavo trascorrere il suo tempo in quell’azione insensata. Se le chiedevano:

“Ma perché non glielo fai pulire da soli il pesce?”

Lei rispondeva:

“Perché sono i miei figli. Con le spine non lo mangiano e a me non costa nulla.”

E quando le intimavano:

“Così li farai crescere viziati.”

Lei rispondeva:

“Se sarò stata brava saranno stati così amati da imparare a farlo anche loro.”

Ho ispezionato la trota rimuovendo con precisione chirurgica anche il più piccolo residuo di lisca.

A cartocci aperti il pesce profumava. Illibato, senza spine. L’ho mangiato ed era buono.

Ho guardato Pablo mangiarlo, pregando ad ogni boccone che non trovasse neppure una spina. 

Di nuovo mi sono ricordata di mia madre, che quando mi cucinava il pesce osservava il mio piatto con amorevole angoscia, chiedendomi di tanto in tanto se avessi trovato qualcosa. I suoi occhi fremevano; non era risentimento, non mi rinfacciava la fatica fatta, non era nemmeno ansia da prestazione, non temeva di essere una cattiva madre se avesse dimenticato una spina, era cura. Dolce, accudente, maniacale cura per ciò che amava, mista ad un desiderio incontenibile di vedermi felice.

Ho guardato Pablo e ho capito quando diceva “A me non costa nulla. È vero, la cosa più folle dell’amore è che, per faticoso che sia, non costa nulla.


A tutela della privacy dei protagonisti sono stati utilizzati nomi di fantasia.

Il mio fidanzato non si chiama davvero Pablo, ma insieme guardiamo Narcos. 

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