La-Mafia-Uccide-solo-d---estate

Le farfalle nello stomaco uccidono solo d’estate

Se dovessi scrivere un thriller lo inizierei così:

quell’anno in cui ho trascorso agosto a Milano.

Tratto da una spaventosa storia vera, riguardo le cui origini non starò qui a tediarvi.


Parafrasando i Beatles, era la mattina di una notte dura.

Da giorni l’alba mi coglieva sfinita, all’apice di una sanguinosa lotta senza esclusione di colpi.

Avete presente quell’insano attaccamento che spinge l’essere umano a perpetrare una situazione di disagio a lungo, nonostante la soluzione al suo problema gli sia nota e facilmente accessibile?

Io sì. Tant’è vero che solo dopo una settimana da cecchino, e previo consulto specialistico per escludere disturbi psichici correlati all’insonnia, ho deciso di comprare un antizanzare.

Cullando nel cuore la pace dei giusti mi avviavo a completare il mio acquisto, dirigendomi verso l’ameno luogo che nelle mie fantasie rappresenta la morte di ogni adolescenziale spirito bohémienne, il mausoleo ai gloriosi e ribelli sogni d’infanzia, il varco temporale verso la soffocante sistematicità dell’età adulta: l’Esselunga.

In fila alla cassa osservavo il nastro trasportatore, indecisa se compiere o meno il passo definitivo verso la mia trasformazione da incendiario a pompiere, sottoscrivere la carta fedeltà, quando l’iPhone ha vibrato e ho ricevuto un invito per l’aperitivo.

Quella sera sarei uscita con la mia amica Lisbeth.


In una Milano da Io sono leggenda, sprofondate in due poltrone damascate diverse tra loro come richiede il galateo hipster, buttiamo giù un bianchino da due bicchieri, spaiati anch’essi e immancabilmente vintage.

Lisbeth è frizzante e indipendente, una di quelle che sanno viaggiare con lo zaino, gesticola mentre parla e ha gli occhi che ridono mentre racconta l’amore. Due amori, ad onor del vero.

Mi parla di un amore che la soddisfa, che la appaga, che è semplice e funziona, che costruisce e che chiede di crescere insieme. Me ne parla soddisfatta e tronfia, serena direi. Poi mentre parla si solleva leggermente poggiandosi a un bracciolo, non è più comoda e le si spezza la voce. Si fa rossa in viso e parla di un amore altro, che è stato e forse sempre sarà, ma che ad oggi non è.

Ne parla accorata e con un certo trasporto, di chi non vuole lasciare andare ma non sa più a cosa appigliarsi per trattenere ciò che non vuol saperne di esistere.

Dal fondo della poltrona, e del bicchiere, azzardo una domanda:

“Ma all’amore che hai, cosa manca?”

Tergiversa, si guarda attorno e pensa. Giocherella con una crosta di pane mentre con fatica mi dice:

“Hai presente quando ti senti le farfalle nello stomaco? Io lo so che con l’amore che avevo non sarei mai potuta essere felice, ma mi faceva sentire le farfalle nello stomaco. Quello che ho mi fa stare bene, ma le farfalle non le sento più.”

Mi ricordo di un’altra poltrona, anni prima, dove sprofondata come adesso ascoltavo le teorie di Harriet, che con fervore mi spiegava che esistono due amori nella vita di ognuno di noi: l’amore grande e l’amore giusto.

L’amore grande non è mai giusto e l’amore giusto non è mai grande.

Il primo è quello che ti prende alla gola, ti fa credere che tutto è possibile, non sai resistergli mentre ti solleva a un metro da terra per poi lasciarti lì, ferma a misurare il vuoto dopo che se ne è andato, intenta a far sì che il suo posto rimanga libero per quando tornerà. Il secondo è quello che ti salva, non riempie quel vuoto ma abbraccia il resto, ti consola, ti sostiene, ti sprona, vive per te ma soprattutto con te, esiste, funziona e non ti lascia, anzi rimane, eppure si ferma sempre una tacca prima del pieno.

Non mi ha mai del tutto convinta Harriet.


Il cielo si è fatto scuro e in un silenzio ovattato lasciamo il locale. Piove quasi mentre cammino verso casa e rispolvero mentalmente la mia collezione di farfalle.

I baci, le cene, i viaggi, le liti, le notti di storie e d’amore, gli inizi, i finali, i sorrisi e le lacrime, i vorrei ma non posso e i potrei ma non voglio, i messaggi attesi o mai inviati, le colazioni mancate e i pranzi in famiglia, i per sempre e i mai più, di quando non credi davvero a nessuno dei due. L’amore grande e l’amore giusto. Se Harriet avesse ragione, non so quale mi piacerebbe avere, né quale mi piacerebbe essere.

Varco il cancello di casa e mi ferma l’anziana e loquace vicina, mi chiede delle vacanze, provo a spiegarle che non ne ho fatte. La vedo rabbuiarsi e la rassicuro, mentendo, che andrò a settembre.

Senza volerlo davvero sapere le chiedo:

“Secondo lei no, saranno mica pericolose le farfalle nello stomaco?”

Mi guarda perplessa, poi abbozza un sorriso:

“Mah, sono come le zanzare, colpiscono solo d’estate. E passato Ferragosto si sa, l’estate è finita.”

Forse il Raid va bene pure per loro, oppure all’Esselunga avranno un deterrente ad hoc. Magari basta la Carta Fidaty a ammazzare le farfalle nello stomaco. Alla fine l’ho fatta, ma mi sa che la butto.


A tutela delle protagoniste i nomi utilizzati sono di fantasia. Il carattere scandinavo dei nomi scelti è un personale omaggio al filone nordico dei thriller d’autore, di cui mio malgrado non sono fan, sarà che mi manca il senso di Smilla per la neve.

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