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Se pensi che sia difficile trovare chi ti ama per come sei

Non sai ancora quanto ci vuole ad accettare di averlo trovato


Fin da quando sono piccola ci sono alcune cose che mi tranquillizzano. Piccole abitudini da ossessivo compulsiva che placano la mia, poco visibile ma altamente somatizzata, ansia.

  • Contare. 

Ripartisco le attività da svolgere in una piccola sequenza di azioni che mentalmente dispongo in ordine progressivo, enumerandole ad alta voce.

  • Pulire. 

Particolare soddisfazione me la danno i vetri e le superfici lucide, cui mi dedico con amore morboso armata di pelle di daino e brillacciaio.

  • Piangere. 

Dopo un grande impegno mentale cerco un forte stimolo emotivo. Al termine del mio ultimo colloquio, munita del mio miglior abito, sono andata al cinema da sola. Replica pomeridiana di “Io prima di te”.

  • Regredire.

Guardo cartoni animati. Non quelli giapponesi da acculturati. Se posso farlo in compagnia del mio gatto, meglio. Il cartone preferito di Montgomery è Frozen, perché l’amica dell’antieroe è un’alce quasi parlante.


Nella mia dignitosa carriera da single nella città che del dating italiano ha fatto un’eccellenza (Milano), queste abilità di superamento delle condizioni ansiogene si sono spesso rivelate preziose. In modo particolare l’ultima.

Annovero nel mio repertorio diversi appuntamenti imbarazzanti, durante i quali l’unico sollievo era il pensiero che di lì a poco mi avrebbe salvato uno streaming.

Ne ricordo uno delizioso. Un letterato, mi aveva contattato dopo aver letto un mio articolo. Onde evitare l’inimicarmi alcuni tra i lettori eviterò di sindacare sulla scelta decisamente cheap della location da aperitivo, che tuttavia non posso negare sia stata una base compromettente per la buona riuscita della serata.

Mi colpì una sua digressione, a tratti interessante, sul valore della letteratura fantascientifica e dell’enorme sforzo creativo che cela dietro le sue apparenze infantili. Sforzo da attribuirsi alla necessità da parte dell’autore di ricreare un intero universo, sovvertendo (oppure no) le regole di base del mondo a noi noto.

Vi siete annoiati? Pure io. Gli dissi che era stato meraviglioso mentre cercavo da iPhone un link utile per vedere l’Era Glaciale.

Un’altra volta c’eravamo quasi. Lui era perfetto, un curriculum d’eccezione. Un mix di ribellione, creatività, profondità spirituale, amore per i viaggi, cultura e solidità emotiva. Era quello che, chi mi vuol bene, dopo avermene sentito parlare in vista della prima uscita mi ha detto:

“Daje Ve, è fatta. Questo è perfetto.”

Ho capito durante quella cena che non significa niente perfetto. E che a un uomo non basta il pedigree.

Dal primo “Ciao” al viaggio di rientro in macchina non ho pronunciato più di tre parole, il che ben poco combacia con una mia certa loquacità. A 3 km da casa frugavo con fare concitato in borsa alla disperata ricerca delle chiavi. A 1,5 km da casa avevo il mazzo di chiavi nella mano destra e la sinistra sul blocco della cintura.

Non pago della sua perfezione Mr. Ce-le-ho-tutte ha spento l’auto e nel silenzio ha pronunciato la frase che da sempre avevo creduto sarebbe appartenuta alla mia anima gemella:

“Sai, la cosa che più amo è ascoltare le storie delle persone”

Nausea. Apertura portiera. Autoespulsione.

Scatto ai blocchi di partenza che Bolt, levati proprio. Rientrata a casa ho visto l’Era Glaciale 2, per arida coerenza. Lasciandomi solleticare dall’insinuante dubbio che, forse forse, pure io qualche cosa storta ce la dovevo avere.

Lui poi ha continuato a farsi sentire, perché gli piacevo, diceva. Non sapevo come spiegargli che era difficile che gli piacessi perché io con lui non c’ero mai uscita. Che quella che era stata a cena con lui non ero io, ma una poveretta fortemente a disagio che faceva il conto alla rovescia per tornare a casa a vedere un cartone animato, ma cercando di non darlo a vedere per non apparire maleducata.


Nella mia onorata carriera da single nella città che del dating italiano ha fatto un’eccellenza (sempre Milano), ho visto tutti gli episodi dell’Era Glaciale, un po’ di volte. Poi è arrivato il disgelo.

Perché a un certo punto ho capito che cercare quello perfetto mi obbligava ad essere perfetta. E perfetti non lo eravamo né loro né io. Ma se la loro imperfezione potevo confinarla oltre l’Era Glaciale, la mia continuava a perseguitarmi. E forse era per questo che cercavo la relazione perfetta, perché continuare a cercarla e a dispiacermi di non trovarla era sempre meglio che dovermi applicare davvero.

Quando qualcuno è arrivato, felice di trovarmi non perfetta, ha dovuto spiegarmelo un po’ di volte cosa intendeva, perché non mi era chiaro il concetto di come potesse una persona volerti per come sei. Mi sono accorta che era molto più semplice pensare che fosse lui così fuori di testa da non vedere la fatale enormità di quell’imperfezione, che provare io a darle il peso, non invalidante, che meritava.

Ho imparato due cose così: che se tu sei convinta che ti manchi qualcosa il mondo ti ricorderà che ti manca qualcosa e che la cosa che pensavo più difficile, cioè trovare qualcuno che ti ami senza volerti cambiare, è comunque più semplice di accettare di averlo trovato. Non che non valga la pena impegnarcisi.


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